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lunedì, 29 ottobre 2007 IL SENSO DI ME PER LA NEVE.
Le domeniche mattina come quelle di tanti anni fa.
Solo che è più tardi, decisamente più tardi.
Guidare ha una rilassatezza morbida di cose che sfilano via, chilometraggi e autogrill da far scivolare alle spalle ché c'è benzina a sufficienza, un caffè caldo in circolo e il cartoccino con la crostatina ancora tiepida di pasticceria.
Michael Stipe, da quel di Dublino, è morbido anche lui nel nuovo live. Non graffia. Ha le unghie di velluto smussate e lisce e quanto manca l'ossessione BillBerrydrums. Sfilano anche loro nella reiterazione numerica, traccia dopo traccia.
C'è aria di neve.
C'è quel sole di luce fredda e le nuvole bianche di taglio netto e porzioni di azzurro latteria, pallido e algido.
Proporzioni geometriche che paiono codificate, lassù in alto.
C'è aria di neve.
Anche coi 16° delle dieci che sono le undici, credetemi.
Anche se non l'annuso e la percepisco di là del parabrezza, è come entrasse nella macchina l'aria di neve. Fortissima.
Come quelle domeniche là.
Che però c'era il buio e il freddo e un’ostilità musona silente.
E quel vestirsi troppo, esageratamente, strati di maglioni jacquard, sottili dolcevita, tute zippate, calzamaglie, calzettoni che quando entravi in un locale per un the caldo ti inondavi di calore mostruoso che ti arrossava le guance, surriscaldava la pelle e, avevi voglia a spogliarti, ché era troppa la fatica e sudavi e avevi il naso che si riempiva di microgoccioline che "Elena ha il naso che piange" ... dio mio come detestavo i rituali delle domeniche in montagna a sciare. Che già era faticoso svegliarsi al mattino prestissimo, ma al mattino, almeno, si era rintronati. Al pomeriggio, al ritorno, quando il buio era il buio triste del tramonto che moriva tra il fetore di gasolio dietro ai pullman, la neve sporca, calpestata, marcia dei posteggi e quella infida che si era insinuata dentro, fra qualcosa e qualcos’altro, il sudore ghiaccio e un vago senso di nausea, c'erano le forche caudine delle "canzoni di montagna", una tortura senza scampo, un fastidio che mi sigillava la bocca e mi incollava al finestrino per cercare, nelle targhe delle auto, almeno, un motivo di estemporanea allegria.
Perché non canti?
Quel mazzolin di fiori, no.
Perché non canti?
Ta-pum Ta-pum, no
Perché non canti?
Sul cappello che noi portiamo, a otto anni nooooooooooo
Perché non canti?
Daiiiiiiii almeno La brum del capo ha un buco nella gomma...
Vi odio, vi odio, noooooooooooooooooo...
Musona, musona, musona.
Però c'era la seggiovia.
Finalmente sola.
A penzolare le gambe.
Guardandosi attorno.
Salendo e staccandosi dal fondo valle, le urla, il vociare.
Soli fra gli abeti in costa.
La neve soffice o la terra dura, scura.
I fili d'erba bruciati dal gelo.
Le pietre emergenti.
Tracce di passaggi animali.
I piloni e quel rollio truntruntrun nel superarli, oscillando un po’.
E poi ancora il silenzio.
Il tempo fermo.
Togliersi i guanti, aprire cerniere
Spezzare a morsi il quadrotto di cioccolata Ritter Sport.
E poi prendere quella crema nel tubettino che non mi ricordo come si chiamava.
Per imbiancarsi le labbra.
Leccarsele un po’ guardandosi negli occhiali a specchio.
E il pensiero davvero a niente.
Un niente così pieno e così grande che solo ad una bambina così piccola poteva non far paura.
Il berretto di lana mi dava fastidio e spariva presto.
Gli occhiali da sole, un optional.
Si passava attraverso canaloni d'ombra come strade oscure.
E poi truntruntrun si sbucava nel sole.
Allora, chiusi gli occhi, si stava lì a protender la faccia, a muso di cane.
Come a pretendere una carezza.
Come a sentire su ogni millimetro di superficie in faccia un caldissimo bacio aderente la pelle.
Irradiata e bollente.
Si sentiva l'odore della neve portato dal vento.
Tra i raggi del sole che parevano davvero vicini vicini.
Che se allungavi la mano li avresti potuti afferrare.
Mentre un ramo, appesantito dal suo carico nevoso, precipitava giù fresca polvere bianca, denudandosi.
postato da: e.l.e.n.a. | 20:41
| commenti (45) martedì, 23 ottobre 2007 IN THE MIDNIGHT HOUR
Le ore del cuore della notte che è già un po’ mattino che a volte non dormi e nemmeno ti rivolti perché sei sempre stata ferma che al risveglio le pieghe si stampano sul viso e le braccia sì quelle ore che ti viene il desiderio di chiamare una persona o neanche proprio chiamare ma mandare un pensiero che nemmeno forse leggerà in quelle ore della notte e sarà solo il silenzio buio la sua risposta oppure sarà il bip e una luce cellulare stellare ad illuminare un volto il tuo che riconoscerà le parole come si riconosce un odore e invece non lo fai perché assalita da un pudore manifesto ché non vuoi che il tuo gesto per quanto lieve possa fare rumore e quel rumore fare male.
postato da: e.l.e.n.a. | 18:00
| commenti (51) lunedì, 15 ottobre 2007 IL VOSTRO CARO ANGELO
(amava i Beatles e i Rolling Stones)
Torino è piccola al cospetto.
Quarant’anni ci sono voluti per tributargli un omaggio.
Che non gliene frega nulla a quelli come lui, ma che dovrebbe importare a chi rimane.
A questo servono le targhe, le lapidi, i monumenti.
La gente si raccoglie stretta lungo quel corso sbieco che induce alla velocità.
C’è il bar lì dietro, sempre con lo stesso nome.
E la pasticceria delle torte gelato buonissime.
A Whiter Shade of Pale capeggiava l’hit parade, quel 15 ottobre del ’67.
And although my eyes were open
they might just as well've been closed (Forse erano così, i suoi, quella maledetta sera di pioggia).
Ernesto Rafael Guevara de la Serna era stato ammazzato in Bolivia solo sei giorni prima.
Qui i primi fermenti universitari, la piazza, il sessantotto da venire.
Adesso, quella città che voleva cambiare ha i capelli grigi dei figli grandi di già.
Bamboccioni o no, che importa.
Torino sa esserci quando vuole.
C’è il padre, che nemmeno l’avrà mai visto giocare, che sospinge con dolcezza quel metro, circa, di bambino compunto con il taccuino, la maglietta e la penna in mano.
C’è il sole d’autunno, la banda, i gonfaloni.
Ci sono sorelle minute, compagni di gioco e bionde giostraie.
Ci sono la commozione, gli applausi, gli occhi sgranati.
C’è Enrico che mi vede e non mi domanda che ci faccio io qua.
Abbiamo gli occhiali scuri e le guance sue che fremono, contratte le mascelle, umide le mie, nonostante il dorso della mano.
Mai come allora il sette fu uno strappo.
Torino è grande stamattina.
Distesa nel tepore di un ricordo gioioso e triste assieme, unico e comune.
Ci sono un migliaio di persone raccolte attorno ad una palina dei mezzi pubblici e ad una stele granitica.
E tra queste ci sono anche io. Un po’ per caso e un po’ per necessità.
Il nostro caro angelo
è giovane lo sai le reti il volo aperto gli precludono ma non rinuncia mai cattedrali oscurano le bianche ali bianche non sembran più Ma le nostre aspirazioni il buio filtrano traccianti luminose gli additano il blu [Torino, sabato mattina del 13 ottobre 2007, Corso Re Umberto, inaugurazione stele commemorativa dedicata a Gigi Meroni]
postato da: e.l.e.n.a. | 21:18
| commenti (41) venerdì, 12 ottobre 2007 STASI
No, non quello di Garlasco.
No, non quella dell’ex DDR
Nemmeno quella di Xue.
La mia.
postato da: e.l.e.n.a. | 11:32
| commenti (39) |