[[el miedo escénico]]
 





giovedì, 04 settembre 2008

BRAVEHEART
(A Scottish Tale)
 
 
Ti ricordi i balli della Scozia?
Oh, Sara, vorrei chiamarti, fermarti, lì, tra i cuscini e i portasapone di Zara Home e chiederti di raccontarci la nostra vita da quei nostri diciotto anni nelle Highlands. Lo so che hai tre figli e ora ti vedo leggermente sovrappeso come non sei stata mai, nonostante loro. Forse saranno pure i pantaloni larghi alla pescatora, figurati a te che, il culobasso, benché perfetto di forme, l’hai sempre avuto. Curiosa la tua somiglianza con Rachel di Friends quando ancora non c’era Friends. Curioso come tutto riporti a quell’estate di tanti anni fa, tu appena neodiciottenne, io che li avrei compiuti a giorni. Ma tu sei con un’amica e io con un collega. Siamo in troppi per non inciampare nei soliti inutili imbarazzati convenevoli.
Tu volevi convincermi a rubare in un grande magazzino. Che era fico, che ci avrebbe procurato brividi&adrenalina. Cazzo, Sara, ma “non rubare” non è uno dei comandamenti religiosi di cui era imbevuta e satura la tua cattolicissima famiglia? E “la proprietà è un furto” non avrebbe dovuto essere il lasciapassare di una figlia di comunisti, per poter rubare impunemente? Tu mi strappavi i volantini quando li distribuivo davanti scuola. Io ti davo dell’imbecille e della fascista ma si era amiche oltre. Di vacanze, non solo di scuola, di sussulti e di abbracci e spalle su cui consolare le reciproche pene d’amore, di iniziazioni, ché a me sembrava di fare sempre la maestrina con te e mi piaceva così poco quel ruolo.
In quell’estate mi regalasti il dono del pianto. Io che le lacrime le avevo scese poco o niente sino ad allora. Compiere gli anni e per di più 18, all’estero, aveva precluso feste, amici, parenti e coccole ché si era da troppi pochi giorni lì, per organizzarne una. Quel sette di luglio, la sera, nella camera del college, un unico pacchettino, il tuo. Appoggiata sul letto una scatola rettangolare col coperchio trasparente e tre fazzoletti di tonalità di grigio digradante con una E ricamata. Me lo disse mia nonna, più tardi, che i fazzoletti non vanno mai regalati perché portano lacrime. Se sapessi quante ne ho piante, da allora, Sara.
Ma neanche tu lo sapevi, ne sono sicura. Fu l’unico regalo e ne fui felice perché inaspettato. La sera mi regalai io l’ingresso al pub, per ordinare una Guinness esibendo il documento che attestava il mio ingresso nel mondo adulto. Non che ne fossi particolarmente contenta, peraltro. Mi sembrava di perdere una sorta di immunità con la fine della cosiddetta epoca irresponsabile, io che responsabile lo sono sempre stata e pure troppo, a volte. Fu l’estate del tuo casto amore giovane e americano; ho ancora le vostre foto. Del mio essere fedele a quel fidanzato che mi aspettava a casa. Per il quale staccai senza troppo rimorso il poster di Ian Gillan e Ritchie Blackmore dalle pareti della camera in cui alloggiavo, immaginando la sua gioia nel riceverlo io che ero abituata a far l’amore sopra il riff di Smoke On The Water, per dire. C’era il tuo trepidare e il mio fremere. Tu così puritana e io così no.
Fu l’estate di un gruppo bello che si incontrava con ragazzi di tanti paesi europei più un manipolo di yankee che, a malapena, sapevano qualcosa del mondo al di là del confine a stelle&strisce. C’era la notte degli allarmi antincendio e delle prove di evacuazione, i miei toast bruciati che li facevano scattare a colazione, mentre il vostro fumo li faceva scattare a sera, le poesie goliardiche appiccicate alle porte delle stanze, l’intercalare che ci faceva ridere come scemi, allorquando qualcuno interrompeva all’improvviso qualunque discorso per intonare tu, pallida luna perchéééééé…, le nostre prove di ballo, la sbronza agli highlands games, la ricerca del tartan per il kilt che tua madre ti avrebbe confezionato, gli shortbread, giocare a nascondino nel parco la notte, la mia giornata “in famiglia” che si risolse, grazie a me e a Marco, in una conversazione accesa su Juve, Toro, Celtic e Rangers (ché il tarlo c’era già allora!).
Avevo i capelli lunghi e ricci divisi a mezzo. Ho una foto che siamo su un traghetto con due guardie dell’Esercito della Salvezza. Tu sorridi come Jennifer Aniston, io ho i capelli sparsi e mi sembro così bella. E sono vicino al più carino dei due, bruno coi riccioli. A te di lui non fregava niente, così “vecchio” nei suoi trentacinqueanni o giù di lì. A te che sono sempre piaciuti quelli più giovani e biondi e un po’ efebici e con lo sguardo un po’ da serial killer, diciamolo. (Come quello che hai sposato, diciamolo… )
Ecco, se la felicità esiste quello scatto la restituisce tutta intatta. Preservata agli anni e a noi.
Tu, alla fine, rubasti fermagli per capelli, trucchi e mi pare una borsetta di perline. Io una scatola di biscotti. Si può essere più stupidi che rischiare di farsi beccare per una stupida scatola di biscotti? Ma non sapevo cosa prendere, io non volevo rubare nulla, non avvertivo né brividi né adrenalina ma solo fifa e speravo che per una semplice scatola di biscotti sarebbero stati più clementi se ci avessero scoperto. Siamo uscite apparentemente calme e dopo una decina di metri avevi iniziato a correre. Ti ho seguita e siamo arrivati ad un punto in cui ci è venuto da ridere e non riuscivamo più a correre dal ridere. Quando hai visto cosa avevo rubato mi hai detto che ero proprio cretina.
La nostra Scozia. L’ho rivista in un film. Ci sono tornata a bordo di una Citroen verdepistacchioacido. Un’altra iniziazione. E poi lì l’amore lo facevano sotto  Pink Moon. Capisci che è tutta un’altra storia. Ma la cosa incredibile è che la fine del film pareva la fine di quell’estate. Auld Lang Syne nell’aria. I nostri abbracci allora che si mischiavano alle lacrime, agli occhi umidi, le persone che lasciavamo per sempre ma che erano state noi, in noi e con noi. Le lontananze e i distacchi, il salone del college, con quella musica che andava, sempre la stessa per un tempo che ci sembrava lunghissimo e brevissimo, con la notte che non diventava mai scura per davvero lassù. I baci, le guance sfiorate, gli scrivimi, che nessuno ha scritto mai sapendo che la storia di quell’estate sarebbe finita quella sera e sarebbe stato giusto così. Come nel film, ché i distacchi fanno crescere, anche nel 2008 con la stessa musica, la stessa compassione del momento. Gli stessi occhi.
Ti ricordi, Sara, i balli della Scozia?
 

postato da: e.l.e.n.a. | 12:22 | commenti (9)

martedì, 26 agosto 2008

A MOVEABLE FEAST
 
[L’impero dei sensi]
 
 
Allento finalmente la presa. Mollo lo zaino che mi ha accompagnato in questi giorni. Sostituto della borsachiocciolacasa di cui mi circondo per sentirmi protetta, gravata del peso necessario per conservare la sicurezza calpestando terre straniere, lontane e nuove.
La sequenza è il possente biancore barocco, le strade liquide del sole a picco e del vento disteso, i passi cauti, il silenzio dei cortili, gli occhi scuri e i sogni raccontati, sicure che strada facendo, domani sia migliore, vedrai, la commozione di lasciare, ancora una volta, quella casa in mezzo al sole ai sorrisi e all’odore di buono, le parole belle che non aspettano il mio ritorno, la dimenticanza che non vale, una stella dell’emisfero australe, il treno della notte che percorre fotogrammi di Italia ritagliati da finestrini opachi, stazioni malinconiche, filari di ombrelloni, aridità e mari azzurri, pianure infinite e città che dicono ricordi.
E, ancora, Euskal Herria, la delizia amicale, i battiti dei vostri cuori, il senso del coraggio e della forza nel dolore, la capacità di una distanza, la festa mobile, l’orgoglio e la tenerezza, lo stupore e la gioia, l’indolenzimento forzoso e la pienezza. Il destino che non trova la mia strada, io che non mi so perdere mai, orientata sempre verso il cammino giusto che sa riportarmi a casa o che conduce a ciò che c’è da raggiungere. Il senso del confine nel sapore nuovo di un mago che trasforma il gusto in un’esplosione plurisensoriale che pare sesso estremo quello che racchiude l’ultimo assaggio di dolce che si scioglie tra il palato e chissà che. La voluttà titanica di Frank O. Gehry, il senso della Storia fra le ombre di Gernika, le continue spirali a tracciare il nostro percorso riavvolgendo lo spazio e il tempo dentro noi, il silenzio sincrono che zittisce il canto a tre voci e che ripercorre gli attimi di giornate dense come glasse caramellate ma altamente digeribili che pare brutto persino lavarsi i denti prima di andare a dormire. E poi quel senso fastidiosamente evidente di un qualcosa che stona che sembra occultato ma che sa tornare, a dispetto di me, del mio essere fondamentalmente priva di rancori, nel saper tramutare sempre l’offesa in possibilità. Qualcosa che è come un nodo che poi viene al pettine come un punto perso nel lavoro a maglia, come un buco che pare piccolo, ma lascia trapelare cose incredibilmente enormi, che non sappiamo trattenere al di fuori di noi.
 
E dopo si naufraga un po’ davanti alla tele, guardando Tom Hanks riemergere per perdere ancora.

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giovedì, 07 agosto 2008

LA RAGAZZA CON LA VALIGIA
 
Mi metterei in tasca una piccola mela. (Se solo mi piacessero). Invece no, non amo molto la frutta. E le mele mi fanno male come fossero tutte avvelenate.
E poi… i maglioni per il freddo, i costumi per il caldo, abbracci da ritrovare, colori già visti e nuovi ancora da vedere, i miei occhi per, le mani di chi, sette sorrisi, un pugno di lacrime (ma anche di gioia, non si sa mai), le mappe ed i percorsi, il solito rimpianto, i preparativi per la sera, un ricordo bello che fa male, sentimenti sparsi, andamento lento e passo veloce, baci digitali, risvegli stranieri, sole acqua terra e cieli immensi, sassolini per ritrovare la strada ogni volta che, conchiglie mute da riempire col rumore del mare, la trepidazione, la notte di san Lorenzo, un nome che è dolore, gli umori, gli amori, le cose normali, l’essere speciale, le parole prima di addormentarsi, le voci, i corpi, la malinconia e il distacco, le scoperte, i ritrovamenti, gli angoli da svoltare, il senso dell’estate, i sensi tutti tranne quello di colpa, il moto delle maree, i desideri, la voglia matta, il silenzio, gli sguardi lontani, le pause e le ripartenze.
Ora la chiudo, la valigia. E’ leggera. C’è stato tutto. Anche il vuoto da riempire di cose che.

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sabato, 02 agosto 2008

QUEI BRAVI RAGAZZI
 
[Gente che si dovrebbe vergognare almeno un po’ se solo avesse chiaro in mente il significato di questa parola].
 
ver||gna, ver||gna
s.f.
FO
sentimento di profondo turbamento e di mortificazione, derivante dalla consapevolezza che un atto, un comportamento, un discorso, ecc., propri o anche altrui, sono riprovevoli, disonorevoli, sconvenienti.
 
 
Tutti quelli che, non solo stanno prolungando il calvario di Eluana Ongaro, ma, soprattutto quello di suo padre, procurandogli, con inusitata cattiveria, un bagaglio aggiuntivo di dolore, con l’accusa, persino, di non volere il bene della figlia.
 
Bruno Contrada, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, che sta così male da poterglisi concedere gli arresti domiciliari, ma che sta così bene da querelare per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, magistrato, ucciso anche dalla mafia, il 19 luglio 1992, insieme ad Agostino, Emanuela, Vincenzo, Walter, Claudio.
 
Un vicedirettore del quotidiano milanese di via Solferino, che, in via preventiva (?!?), un giorno prima della commemorazione dell’anniversario della strage di Bologna, anziché, eventualmente, sostenere che fosse quanto meno poco opportuno designare il Ministro della Giustizia Angelino Alfano, in rappresentanza del governo, non trova di meglio che stigmatizzare, in maniera serena e pacata titolando “L’arma della minaccia”, gli eventuali (sacrosanti a mio parere) fischi che il medesimo avrebbe potuto ricevere da parte di: “professionisti della minaccia, minoranze guastatrici incapaci di rinunciare a un rito violento, minoranza prepotente e chiassosa, coro minaccioso”. Concludendo che “il 2 agosto è stato macchiato ancora una volta da una minoranza prepotente”.
Si rilegga la storia. Il 2 agosto è stato macchiato da una strage, da depistaggi e dalla mancata individuazione di ogni possibile mandante, dal dolore di chi c’era e di chi ha perso i propri cari e da chi, sopravvissuto, convive ogni giorno con quel dramma.

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lunedì, 28 luglio 2008

LET ME IN
 
 
[Nelle stazioni c’è sempre un uomo che guarda sfilare i treni appuntandosi la vita altrui in transito da una partenza a un arrivo, da un dove a un altrove. Guarda le nostre facce affacciate al finestrino e noi, per un istante, lui, immobile nel nostro passare oltre]
 
La notte da sogno è uno stracazzo di concerto della madonna come dice qualcuno che è con me. Il cielo sopporta nuvole pregne in attesa di sgravidarsi di pioggia ma, forse il ciclo lunare o chissà che, sospendono l’evento sopra di noi procrastinandone l’avvento. Striature di luce si frappongono ancora quando irrompe la voce di Tom Smith che scuote dal profondo il chiacchiericcio attendista. Non il ragazzo ma l’uomo, sale di prepotenza squassando il corto circuito emotivo di scintille di pensiero per nulla casto.
 
[Sono piccoli particolari, apparentemente insignificanti, che possono togliere il fiato, scalfire piccole certezze. E’ un attimo incespicare in una frase che come una sbucciatura brucia nel graffio improvviso che slabbra la pelle. Così come lo sfrigolare dell’acqua ossigenata che brucia di un bruciore appuntito benché disinfettante. Ché è inutile tentare di lenire soffiandoci sopra. E’ proprio inutile]
 
La notte poi è loro. Di Michael, Peter e Mike. Torrida e umida sospende il raccontarci i nostri giorni. Tirati e poi laschi e poi ancora su per abbandonarsi in profondità, nuovamente in un ininterrotto gioco di prese e di rilasci, soave tortura di tendini e respiri, di spasimi e languore, nell’arena di sangue in ebollizione e pulsazioni accelerate.
 
[Poi c’è da chiedersi dove non va il pensiero e dove va. Invece. Va a quei baci là, che non è nostalgia ma il sentirseli addosso ancora, su note quasi uguali scagliate sotto un altro cielo. E’ la bellezza di un effimero di assoluto che riempie e che condanna e che si stende come una mano di vernice che non tralascia neanche il più piccolo spazio di te, nemmeno il più angusto degli anfratti e, nonostante questo, i passaggi di colore sono una seconda e una terza volta. E non serve chiederli. Arrivano incantevoli]
 
La notte si fa notte e tacciono le chiacchiere, si alzano le voci. Si è vicini e si è lontano in un salto di iperspazio che ci tiene assieme e poi ci spara a distanza siderale ognuno a inseguire la sua stella, per ritrovarci di nuovo unisoni nel ritorno. Poi è come stare sotto uno strato di cuori appesi sopra di noi. Sorvolano a tappeto il nostro espanderli e sperderci lontani verso memorie custodite, illimitati presenti, ruvidi rimpianti.
It's crazy what you could've had
It's crazy what you could've had
It's crazy what you could've had
I need this
I need this
Le scariche elettriche li riportano a terra, pestando sui piedi e sul palco e su di noi. E vorresti scacciare per sempre i cuori convessi che non ti fanno entrare. Assetate d’urgenza, magari, ci fosse il qui e ora a spegnere l’arsura.
 
[Rancori, piccole incomprensioni che diventano giganti mostruosi e questa mia distorta empatia che snida sofferenze come formicai rovesciando un sasso. Lo so che non mi compete, lo so che non mi appartengono, ma sono le piccole amarezze quelle che risalgono il corso degli eventi come salmoni controcorrente. Fardelli di cui mi sembra di dover sostenere il peso. Di questo mondo, non completamente mio e che mi passa accanto, mi faccio Atlante con un fisico improbabile e il fiato corto, quasi che dipendesse comunque anche da me e dal mio impegnarmi il loro non precipitare, il loro non farsi male. Vorrei ricomporre destini arrogandomi un mestiere che non so, millantando capacità taumaturgiche e di giudizio, io che sono purtroppo così garantista con me stessa]
 
Poi l’inquadratura si stringe sull’uomo e noi a lui.
lasciami entrare
lasciami entrare
lasciami entrare
Io sono lì e fuori di lì, disciolta nella carezza e sperduta nello spazio di una notte eterna, di una dedica, di una cosa che si dice amore, però no chiamarlo amore non si può. Che nemmeno sono una fata, io.
 
[Scoprire che lo spazio di un pensiero occupa territori vastissimi di cui nemmeno conoscevi i confini.
E che alcuni, invece, sono relegati in angusti ripostigli di fortuna e li puoi accatastare insieme ad altri, scordandosi persino di averli mai avuti.
Scoprire che le ossessioni si chiamano così perché ritornano e non ci puoi fare nulla se non assecondarle.
Sapere che il tempo è una bolla all’indietro che ti percepisce in un’età in cui la vita era fuori da questa dimensione. E che riprendersi gli anni costa fatica. Ma ne vale sempre comunque la pena]

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lunedì, 21 luglio 2008

IT AIN’T NECESSARILY SO
 
Potrebbe bastarmi.
Se avessi un minimo di saggezza o di sano senso della realtà.
Invece c’è questa mancanza.
Che so, già lo so, sarà comunque impossibile colmare, quali e quante potranno essere le mie parole acrobate, i miei respiri saltimbanco e un blando funambolico irretirti. Come se non ci fosse senso bastante tra i cinque di cui disponiamo, tanto meno il sesto, da rendersi utile per aprire le porte di quel corpus vitale che ora è materia inerte.
La morte, la paura.
Tu dirai, che sciocca.
Forse.
Ché poi chissenefrega se rimarrà il silenzio a far da metronomo a un cuore in affanno.
Che poi chissenefrega di due che rimangono ancorati al proprio credo che pur fa soccombere ondate di dubbi e avverbi gettati come salvagenti troppo lontani per essere afferrati. Magari, forse, sicuramente, mai.
Io vorrei che tu.
(Io vorrei).
E’ da stupidi volere ciò che non si può ricevere.
E’ pure un po’ ridicolo.
Sbatto il desiderio come un cencio sul lavatoio di pietra per purificarlo da ogni possibile malinteso. Sento lo schiaffo della stoffa tesa appesantita d’acqua che sbatte e lo risbatto con tutta la forza che ho, fossi pure un po’ cattiva nell’animo offeso che ancora ha macchia di un femmineo orgoglio ferito.
Quanto costa il non piacere a qualcuno. Quanto costa il dover sciacquare sempre la stessa onta con le stesse mani via via screpolate dal freddo e dagli anni.
Costa un prezzo che paghi sempre, quale che sia la valuta in corso.
L’affezione è una carezza su un muro grezzo. Righe sulle mani. Non torna niente. Tutto il possibile dolore rimane giù come il relitto di un vascello andato a fondo. L’abisso è solo mio.
Scenderci o no è questione di scelta.
O di possibilità.

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lunedì, 14 luglio 2008

MODERATO CANTABILE

 

A voi che siete.

 

Nel sonno che poi sa di penombra filtrata d’indaco che sostiene il ricordo come sull’orlo di un risveglio che non fa male da cadere ma da cui non è più possibile risalire trattengo frammenti e sequenze di voi che siete casa e bosco e scrigno di voi che siete amore anche un poco mio nel condiviso istante di segreti sussurri le lettere sono parole che si susseguono e che gli occhi possono tornare a visitare quando il velo di commozione si solleva come un alito di brezza perché vi ho pianto nell’intensità di un venire al mondo nel giorno nascente.

 

Se fosse un sogno sarebbe un sogno bellissimo.

Quelli che quando apri gli occhi è tutto vero.

Se foste veri sareste bellissimi.  S i a t e l o.

 

Parole per dirtelo non ce ne sono di così nuove e preziose e forti.

Ma tu le sai, digliele anche a lei.

Perché quando si desidera tornare a casa è perché quella casa è dimora del cuore.

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lunedì, 07 luglio 2008

NOTHING COMPARES 2 U
 
fila! strocca (che non sei altro!) n°2
composizione ricorrente
 
completamente d’accordo
complici di un complotto
di famiglia
ordito
ardito anziché no
complementari come
angoli
retti?
piègati! quali che siano i gradi
32° all’ombra, generale
di corpo d’amata
compulsivo affanno
compliance affettiva
come una malattia
composta rimango
conserte le braccia
banco di prova
compagno di scuola
(compagno di niente)
compito scritto
esame orale
sesso?
adesso!
compenetrami nel tempo
ottuso
consapevole cortese colluso
compendio di giovinezza
perdutamente perduta
comparativo assoluto
di me
complemento
oggetto
donna?
dolcemente
complicata
oh, no!
semplicemente
complessa
convessa
o acuta
compressa
come aria
brezza e poi vento
scirocco
bacio con schiocco
non fare lo sciocco
scoccami il tiro
palombella all’incrocio del sette
di luglio
qui è la mobilissima festa
oggi
[compreso tra ieri e domani]
è  il  non  c o m p l e a n n o
!!!
 

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mercoledì, 02 luglio 2008

LE LUCI DELLA SERA
 
 
Non sarà il centro del mondo ma, oggi, lo è del mio. La solita piazza, orfana di me (o meglio delle mie terga panchinare), causa reiterato eccesso di pioggia degli ultimi tempi.
Nessuno. Nessuno osa affrontare il sole delle 13.30. Io oggi sto bene e dell’estate mi piace sempre quella sensazione come di essere davanti al getto di un potente phon che ti asciuga. Mi piace entrarci nel caldo che avvolge. E poi, comunque, oggi c’è l’aria che muove le cose anche qui da basso.
Nemmeno sudo, mi sembra di nutrirmi di calore, o meglio, di assorbirlo internamente senza lasciar traccia a fior di pelle, come una vaso, l’acqua ambita da troppo tempo.
Arriva una ragazza completamente bianco vestita e con delle zeppe altissime, con una coppetta di gelato. Rimane per un po’ seduta accanto a me, due panchine più a sinistra, centellinando il contenuto in piccolissimi assaggi di chissà quale gusto. La coppetta permette rilassatezza quanto, un cono in pieno sole, impone velocissime circumnavigazioni di lingua ad una massa in precario equilibrio e rapido discioglimento.
Leggo alacremente e arrivo quasi alla fine.
Stranamente sono poco distratta dall’incrociarsi, peraltro scarso, di persone sulla piazza. Il non nuovo pensiero sul fatto che tra cent’anni noi che siamo qui saremo chissadove, dispersi tra inferno e paradiso, per chi ci crede, o fra terre e mari o chissà quale limbo e chissenefregapoi…
Io sono qui, ora, e tanto mi basta. Tanto, quelli come noi non lasceranno traccia alcuna, se non in chi ci avrà conosciuto. Non passeremo alla storia né tra venti né tra cento né tra mille anni. Noi saremo la molteplicità senza nome, l’umanità in movimento magmatico attraverso secoli e secoli, anonimi servi della gleba, gli schiavi che avranno costruito e costruiranno ardite piramidi di anni e anni di storie minime. Senza lasciare impronta di noi. Nemmeno il sangue o il sacrificio, le preoccupazioni o gli affanni. Saranno tutti solamente nostri. Come le gioie improvvise, le tenerezze, le scoperte che ci riserveranno più di un sorriso. Mia nonna è mia nel mio ricordo della pizza bianca (come chiamiamo noi la focaccia) che tutte le mattine mi andava a prendere facendosi una camminata di un’ora e più affrontando salite con l’aiuto del bastone, lasciandomi addormentata nel lettone con le persiane accostate, quando trascorrevo le estati in montagna. Lorenzo è mio su quelle altalene gemelle gettate vorticosamente in alto dalla nostra incontenibile felicità bambina propulsore inesauribile verso il cielo a piombo ed è ancora mio nell’orgoglio conquistato di un cappello uguale di peluche che sembravamo orsetti sorridenti.
Saranno tutti solamente nostri, gli inganni, le illusioni, le certezze, le cadute e le ripartenze. Saremo tutti solamente nostri.
 
Dopo, verranno altri come noi. Uomini che si perdono nell’indistinta massa di ere di cui fantasticammo prodigiose avventure. Provasoli sarà ancora aperto con i suoi improbabili tessuti e passamanerie? Quali sono le cose che rimangono e quelle che passano?
 
No, non è un delirio il mio, i pensieri sono come dardi, oggi, per nulla lenti ma rapidi e in continuo movimento e evoluzione come le nuvole di Koyannisquatsi. Brulicano frementi come lapilli. Riesco persino a seguirli tutti, nemmeno troppo rallentata nei movimenti – quali che siano – dovuti a questo tempo sospeso e fluttuante come un principio di illusione ottica, fate morgane nascoste tra il selciato libero di questa piazza oziosamente indenne alla calura, per quanto mi riguarda.
Torno sulle pagine mie. Mi appassiono e, poi, il fatto che qualcuno si chiami come me, nei romanzi, mi dà sempre quella percezione di minima immedesimazione come ci fosse un nome nel destino. Sì, ho scritto proprio così, un lapsus. Come se ci fosse un destino nel nome. Persino D’Annunzio mi fece quest’effetto. O quando capitò la concomitanza di “conoscere” Monte Mario dalle parole ai passi.
Richiudo la giallo violacea copertina e mi rassegno ad un ritorno forzato quando il solo desiderio sarebbe quello di continuare a percepire questa sensazione di calore a pelle. Senza fare assolutamente nulla se non assecondare cirrocumuli pensierosi.
Il gruppo di giovani funzionari – come si chiameranno – così uguali nei loro pantaloni blu scuro/camicia azzurra sciamanti, probabilmente, con un accent on the future, verso il bar, sono i modelli di un mondo che non mi appartiene. Da cui sono lontana mille miglia e forse più. Passeranno.
Vorrei un cono due gusti anche io, ma lo farei sciogliere probabilmente con l’inesorabile strascico di qualche residuale dolcezza sulle dita per non dire sulla maglietta.
Vorrei qualcosa che non ho come si desidera un gelato in una sera di crepuscolo e brezza, lievissima e fulminea orripilazione pilifera e quel taglio sbieco d’ultimo sole, fra lucentezza e penombra che pare arrenda tutti ad un’impropria bellezza.

postato da: e.l.e.n.a. | 21:07 | commenti (22)

lunedì, 30 giugno 2008

CAMPIONATI EUROPEDATORI 2008

 

Pillole di calcio (per farsi le ossa) – The final cut.

 

 

[Germania - Spagna: 0 – 1]

 

‘r Kaputt’ana!

postato da: e.l.e.n.a. | 09:48 | commenti (13)