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lunedì, 29 giugno 2009 LOVE IN e MINOR
Lov.
Elidere i barbigli fastidiosi di un amore all you need [is]
Amore essenziale, carnalmente decorticato. Intriso di sapori sorprendenti.
Che unisce l’inutile al dilettevole.
Quello che si espande nell’aria di un borgo antico che, ora, sa di nuovo.
Capitale europea questa Torino post olimpica che mi sembra un poco berlinese.
Laboratori. Cantine, rimesse, spazi. Occupazioni di pensieri stupendi.
Conquista di strade che furono crocevia di lezzo, umori, cattiva fama e spaccio.
Vanchiglia è una prua verso il mare aperto dei desideri notturni di passi incrociati come un labirinto del quale si ripercorrono gli stessi anfratti per non esser costretti a trovare l’uscita.
Un piccolo lungo istante di mondi dietro lo specchio. Terre promesse da non mantenere, magari, come ogni marinaio che prende il largo da sé per poter sapere, poi, cosa sia la nostalgia.
Quei mondi che non sempre saranno alla vista di tutti, nel nuovo giorno, dietro un portone, un cortile, un passo carraio, un interno preziosamente infeltrito.
Il vino è bianco e piemontese e questa limitazione alcolemicovettoriale impedisce il lasciarsi andare blando delle sere d’estate che pretendono un domestico ritorno.
Si passa e si ripassa una lezione che poi nuova non è. Il saper fare vale più del saper dire. Di questa notte, mi porterei a casa le chiacchiere oziosamente serene, le scritte buffe, le luci, le aperture mentali, e un enorme batrace verde percolante liquami di colore che mette allegria e che bacerei tutta notte, sicura che, prima o poi, compaia il principe delle favole mie.
postato da: e.l.e.n.a. | 21:39
| commenti (18) lunedì, 22 giugno 2009 RADIO SONG
Giorni che risuonano. Di musica e di silenzi. Un film tracimante canzoni rollate sullo sciabordio del mare del nord, in modulazione di frequenza pirata, di un’isola che è sempre stata terra d’elezione di scorribande corsare, ritmi e fermenti musicali.
Come un lungo piano sequenza, si srotola un tappeto sonoro multiforme sotto la trama fitta del rock&roll.
Matasse viniliche ruotano su un piatto, interrotte, solamente, da nodi vocali di dj multiformi che ne esaltano la sostanza e la genialità.
L’amore è elemento costitutivo dell’atto musicale che sia per sempre o una scopata sottocoperta.
Come un enorme parto, al termine, si disseminano nel ventre acquatico gli spermatozoi del rock, generati da un enorme amplesso collettivo di amore universale che, pure, è attraversato da cosce e seni sfrontati e purissimi.
La musica è di questi giorni miei. Nel sole di pieno meridiano, a picco su pensieri assenti, distratti dal rumore dei miei passi che risuonano nell’irreale silenzio che pare più d’agosto, con un suono simile al ticchettio, nonostante la gomma delle espadrillas. Una colata di sole e contropensieri lavici che si rapprendono, per un attimo, a contatto con l’aria. L’orizzonte stradale è vaghezza sospesa sul grigio confuso tra il suolo e l’azzurro. Il calore si alza dalla strada e s’addensa sui muri e fra le case. Io sono avanti nei passi veloci ma non troppo, utili per fendere quel focoso abbraccio e attraversare l’aria. I motori delle macchine sul corso sono lontani, come se un televisore acceso dietro qualche finestra lasciata aperta o la porta di un bar, trasmettesse filmati a basso volume.
Improvvisamente, piano, prima e poi sempre più forte arrivano le note di Here Comes the Sun (e, no, non è la pubblicità). Spaccano il silenzio e irrompono con la loro tenerezza dolente. Rallento i passi per ascoltarne il più possibile. Il sole è lì, alto su di me, acceso e forte. Il dolore è cocente come una trafittura, ma lascia subito spazio alla quiete di passi in fuga e al sorriso di bellezza su un giorno qualunque, caldo di un caldo incommensurabile, immanente e pieno. Il più bravo fra i registi non avrebbe saputo far di meglio nel dettare i tempi d’entrata della musica, sul set.
La radio è il cuore del film., come la radio è il cuore del nostro film quotidiano. Quello che giriamo fotogramma dopo fotogramma, anche quando siamo stanchi. Quando si torna, per esempio, nella notte e non si ha ancora voglia di andare a casa. E ci sono certe notti che guideresti e te ne andresti un po’ in giro come Ligabue, non fosse che non sei nella bassa emiliana e non porti i camperos. E non c’è il cd che pure hai appena comprato, non c’è il silenzio, ma c’è una stazione che ti infila una sequenza che ti sembra un regalo per te. Solo per te. Non ti sarebbe mai venuto in mente di ascoltare quella sequenza o quel brano che ti sorprende a tradimento, ma, una volta riconosciuto, non puoi fare a meno di lasciarlo andare tutto, quasi rammaricandoti quando finisce e ringraziando, mentalmente, quel dj che, da qualche parte, sembra averti pensato e, dopo averti spezzato il cuore, salvato la vita.
Poi.
Poi, ho letto di una mostra fotografica.
Che ritrae 777 persone con il loro disco del cuore.
Le cose cambiano.
Ma.
Ma, pensandoci adesso, il mio non può essere che questo.
![]() [La più brutta fra le copertine possibili.]
E il vostro beautiful disco, qual è?
postato da: e.l.e.n.a. | 21:19
| commenti (50) mercoledì, 10 giugno 2009 PER NIENTE FACILI
Ci sarebbero da dire cose che accadono, avvenimenti. E poi eventi assolutamente imponderabili. Gemmazioni primaverili. Pensieri sostanzialmente carminativi. Occhi e bocche spalancati e a vanvera. Dicerie dell’unto.
Di quelli che ho vissuto, il tempo più inerme. L’odio che sale come una marea di petrolio che condanna i pennuti inibendone il volo o anche, solo, il dispiegarsi delle ali.
Non è facile essere così bruti, inevitabilmente cosparsi, anche se non lo emaniamo, di quel fetore ammorbante che nei nostri cuori e nell’anima di chi crede di possederla, ci macchia indelebilmente, diventa struggente come una nostalgia antica eppure nuova che ci sorprende a rimpiangere i nostri anni quando, pur disarmati, sono stati infami e di piombo.
In un giugno qualunque, inopinatamente, se ne andava, consegnandoci a un futuro che già allora immaginavamo, senza di lui, più brutto del più brutto presente.
Enrico Berlinguer(Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984)
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postato da: e.l.e.n.a. | 22:25
| commenti (18) mercoledì, 03 giugno 2009 SPACCACUORE
Uno si arrabbia, quando ama*.
Chissà se il mio sguardo insistente esercita una pressione sulle tue spalle scese. Hai quella maglia lunga, con il collo lasco, a barchetta, che ti lascia scoperta la nuca, le spalle e un pezzo di schiena. Stai lavando i piatti. I movimenti delle braccia ti fanno muovere ritmicamente.
Stavo leggendo. E, poi, ho alzato lo sguardo.
Perché non litighiamo più? Ho paura di questa quiete, di questo stato di non belligeranza virtuoso, di questa Svizzera sentimentale che ci avvolge, ci soffoca e ci zittisce. Cosa abbiamo inventato noi due fino ad ora? Io non voglio esser ricordato per degli stupidi orologi a cucù.
Lo scrosciare dell’acqua è colonna sonora di questi pensieri. Fossero pensieri new age sarebbero quelle acque cristalline, boschive, sarebbero sorgenti pure, solcate da pesci argentei, increspate dal respiro dell’aria.
Invece sono qui al chiuso di una stanza e Carver non mi aiuta. Lui ha pensieri definiti. Secchi come un colpo di fucile. Io sono prigioniero, tortuosamente inguaiato in questo labirinto di siepi perfettamente potate e allineate.
L’acqua diventa sprezzante. Hai aperto al massimo del getto e con l’erogatore stai sciacquando la teglia. Erano buonissime le lasagne. Tu fai tutto buonissimo. E nemmeno mi dici più che sono un fottuto stronzo di merda a non farti mai un complimento. Nemmeno che sei bella. Perché sei bella.
È davvero stupido dirlo. [Ma è più triste arrivare a pensarlo.] Che mi mancano i tuoi insulti. Erano urlati con una passione che, ora, non ritrovo più nelle tue parole docili, affettuose, accomodanti. Diventavi rossa, sanguigna, i polsi tremavano quanto la voce che si alzava in ottave acute che tenevi sino al fondo della frase e poi, all’improvviso, si incrinavano come cristalli e si frantumavano a terra insieme alle lacrime e ai singhiozzi che ti scuotevano il seno in un su e giù ansimante che nemmeno quando scopiamo.
Cazzo! Perché non litighiamo più come una volta?
Lo, so, lo so che certe volte avevi voglia di fare a botte con me. Sentivo le tue mani fremere sotto il fiume di parole. Ci dicevamo cattiverie pensate e mai dette o mai pensate, ma rovesciate addosso con una virulenza endemica.
Tu imbracciavi le armi e avresti voluto la mia resa. [Anche condizionata.] Io, semplicemente, me ne andavo, non prima dei miei proclami di rappresaglia. Se tu eri via Rasella io ero le Fosse Ardeatine. Non c’era misura, né proporzione. Quale che fosse l’accadimento, t’annientavo senza pietà.
È un attimo. Forse davvero hai sentito il peso di questo lungo sguardo, perché ti sei voltata.
Istintivamente hai sorriso ai miei occhi fissi e non sai dire di quell’espressione che non ho modificato perché non ne ho avuto il tempo.
E’ stato un attimo. Sei tornata ai piatti. Sono gli ultimi oramai. Non credo tu abbia nemmeno vagamente intuito quello cui sto pensando. Oppure no. E chissà se mai pensieri come questi ti hanno attraversato, senza che io, naturalmente, me ne sia accorto.
Ma tu sei sempre così benevola, accondiscendente. Al massimo metti un po’ il muso, ma si sa, sei permalosa e io ora vorrei litigare con te. Vorrei trovare un pretesto, uno qualunque per aggredirti all’improvviso, per tenderti un agguato nel sole come dal fondo di un vicolo buio.
Le ciabatte. Le ciabatte sono state inventate per schiacciare le mosche. Tu hai delle infradito. Strano che le abbia nei piedi, solitamente sei scalza.
Lo so. Lo so benissimo che se io, ora, mi avvicinassi e sollevassi il lembo di quella maglia appoggiandomi addosso a te, tu rabbrividiresti. Lo so che se ti baciassi la nuca e poi ti mordessi lievemente la spalla socchiuderesti le labbra di un sorriso accaldato. Lo so. Lo so che se lasciassi scivolare la mia mano fra le tue gambe troverei quello che vorrei trovare. So anche quello. Sono un uomo dannatamente fortunato.
Ho richiuso il libro senza nemmeno mettere il segno e sono pronto ad alzarmi.
Ma tu sorprendimi. Voltati, ora.
E, sparami, se puoi.
*Filippo Timi. Torino, domenica 17 maggio 2009 – Salone del Libro, Sala Rossa.
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postato da: e.l.e.n.a. | 11:09
| commenti (24) mercoledì, 27 maggio 2009 NIGHTSWIMMING
(Barcellona – Manchester)
Stanotte è notte di coppa.
Stanotte è Roma.
Come tredici anni fa.
Che a dirlo così pare un secolo.
Eppure.
Eppure io e la Stefi eravamo là.
Tribuna Monte Mario.
La notte è Roma e gli olandesi ubriachi ma non molesti quanto gli italiani, io che divento incinta per un’ora perché un coglione, che inopinatamente si aggrega a noi, vuole a tutti i costi accaparrarsi un taxi per tornare in stazione puntando sulla compassione. (e no, non ero grassa). È l’euforia, i celerini che non hanno visto la partita e ci chiedono, è quella mozzarella di Raul Bova e poi Cabrini e tanti volti che saranno storpiati a vita nella smorfia di una gioia che esplode sulla faccia di uno Jugović tranquillo. Solo la mattina quieterà la voce e la felicità manifesta.
Vincitori e vinti. C’è sempre il rovescio di una gioia. Lo saprò incredula a Monaco, rabbiosa ad Amsterdam e poi ancora a. Mavaffanculova’.
Ed io, pur nell’equilibrio di un tifo che non si schiera apertamente con l’una o con l’altra, so, perché lo so, in fondo in fondo da quale parte pende la bilancia. Di poco, ma pende. E so che sono quelle cose senza un necessario perché. Come quando all’asilo, senza che nessuno dei bambini ti abbia nemmeno, magari, ancora rivolto la parola, punti quello che sarà il tuo bambino preferito. Quello che ci costruirai storie, che ci giocherai sempre e che sempre ti angustierà salutare e ti spiacerà andare via perché con lui non ci si stufa mai, nemmeno quando ti tormenta e ti fa i dispetti che sono solo per te. Questione di pelle. Dopo, magari, saprai anche il perché, ma prima no. E, poi, cosa importa?
Poi ancora a.
A Manchester ho sofferto una delle più brutte delusioni, ché perdere fa male, ma perdere col Milan ancora di più. Cioè di più di più sarebbe stato con l’Inter ma l’Inter mica gioca le coppe. A Manchester faceva un caldo atroce. Pelle appiccicosa e sudore. Lacrime no. Quelle non scendevano più.
A Barcellona una delle partite più belle. Uno degli stadi più belli. Il pubblico in assoluto più bello. A Barcellona c’era il vento che accarezza l’erba e muove i capelli e una sera troppo sera, che si trasforma. In una notte che nessuno ci credeva più e le cose che nessuno ci crede più sono quelle che poi ti danno una gioia che non potevi nemmeno immaginare. Quando dal fondo del tuo fondo del fondo ti pinzano su e ti portan alle stelle.
E ti pare di sognare e invece sei lì che mica sogni e ti mordi il labbro per sentire se fa male davvero o per finta e quando senti il gusto ferroso del sangue allora sai che è vero e che sognerai sì, ma domani. Oggi no.
La sensazione io non la so descrivere. Se non con un’esplosione.
Un fuoco d’artificio che pa pa pa pam e pam e pam e paparapapampampam paaaaaaaaaaaaaaam.
Pam pam pam paparapapam papapaparapapapapapapaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaam!
Poi si spengono le luci e tu sei ancora a naso in su a guardare qual buio che ha traccia dei colori e delle luci che si sono riversati nei tuoi occhi. E c’è l’odore. Inconfondibile. Lo stordimento è difficile da far passare. L’euforia è uno stato di eccitazione duro a spegnersi. La sensazione di aver preso il treno dei fratelli Lumiere, dai binari, direttamente, in faccia. Non chiudi gli occhi, vuoi stare a vedere come va a finire sino all’ultimo fotogramma. Poi, finalmente, il fuoco d’artificio si spegne, il buio lascia spazio alle luci che si accendono e, prosaicamente, ti riportano alla realtà. Che è quella che hai vissuto, ma che, per un attimo, è stata davvero magia.
Fate il vostro gioco.
postato da: e.l.e.n.a. | 19:53
| commenti (20) martedì, 26 maggio 2009 LOVE BUG again
(pieno d’amore)
Ho scritto tamoil sulla sabbia.
[La nostra storia farà strada.]
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postato da: e.l.e.n.a. | 17:25
| commenti (26) venerdì, 22 maggio 2009 LOVE BUG reloaded
(la costruzione di un amo’)
Ho scritto stamo sulla sabbia.
[E mo’ perché te ne sei annata via?]
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postato da: e.l.e.n.a. | 11:18
| commenti (14) martedì, 19 maggio 2009 LOVE BUG
(la costruzione di un amore)
Ho scritto t’amo sulla sabbia.
[E mi è crollato il mondo addosso.]
postato da: e.l.e.n.a. | 13:00
| commenti (15) mercoledì, 13 maggio 2009 MA QUANDO ARRIVI TRENO
Il finale di Trainspotting.
E, ieri, che si parlava di treni.
Quelli che si contavano passare alla stazione.
Io non li ho mai contati.
Li ho aspettati.
C’era quella posizione suprema, in alto sui binari. Posizione dominante, perpendicolare ad essi, la ferrovia sotto. C’era un prato piano. E l’erba da sdraiarsi e raccontarsi. Chissà cosa, di quella vita acerba. Di quelle che i treni passano sempre ed ancora. C’erano i sogni, le ambizioni di bambini, quelle che hanno solo certezze e nessun dubbio. C’erano le sorelle e i fratelli a tormentare la mia unicità. Quelli piccoli a scocciare, quelli grandi da emulare. I treni passavano sotto di noi. E noi pensavamo alla Francia e a tutto quello che era altro da noi. In fila, le mani sotto il mento, i gomiti puntati fino a farsi male. Fino al crampo che ci rovesciava schiena a terra, abbandonati al cielo e alle nuvole di passaggio o agli azzurri immobili. E poi agli occhi chiusi che tanto le cose le vedevamo lo stesso. Era il tempo inutile, quello da ammazzare quando si è piccoli e non si ha un buon motivo per giocare, quando l’energia indomita chiede comunque una tregua. Quello che si perdeva dietro ad ore che non passavano mai e che all’improvviso reclamavano l’urgenza di tornare perché c’era una cena ad attendere con i nonni in apprensione o le mamme in agitazione. E c’era la corsa a precipizio come se si dovesse recuperare la lentezza accumulata in quei pomeriggi. C’era chi doveva ancora poi pedalare su bici sconnesse fino a casa e per noi c’era l’indomani che i treni per un po’ non si sarebbero guardati più. Ma sarebbero passati sempre e ancora. Anche senza di noi. [Lo sapevamo.]
Il finale di Trainspotting è quella corsa contro la sfocatura dell’obiettivo proprio mentre la messa a fuoco di una vita normale si va stagliando. Nel ‘94 ero a Londra pure io. La necessità di esserci da sola e di prendermi tutto il mio tempo e il mio modo di starci in quella città che amo tanto. Ho sempre schivato con consapevolezza droghe e perdizioni. Poi però guardavo Walter e Monica e non solo loro e mi piacevano. Nonostante. Così diversi da me. Monica così magra sempre e con la pelle che a me pareva più liscia che mai. C’erano i denti, vabbè, marci. Ma se uno non faceva caso ai particolari, era bella davvero. Lei è ancora bella. Ma c’è chi non è più nulla. Semplicemente si è fottuto ogni canone estetico del cazzo, al netto di un funerale.
Poi, dopo essermi ri-ri-rivista Trainspotting, c’è un tornare a casa e, nel posteggiare, c’è una radio che ti spara Love will tear us apart [again.] Infida. Ti fermi ad ascoltarla tutta, anche se è solo Paul Young. Per dire, che, sempre, ieri pensavo a Paul Young e al fatto che io non poso mai cappelli per decidere che quella sia o non sia la mia casa.
E se avessi figli non gli direi cosa fare o cosa non fare, ma gli direi di non sprecare il tempo. Perché il tempo non gira con le lancette di quando si è bambini che tutto appare smisuratamente lento e che tra un Natale e il successivo passava un secolo e non un anno soltanto. No, che il tempo accelera e noi non riusciamo a stargli dietro. O forse solo io. E che il tempo ozioso va centellinato. Perché non torna, né ci viene incontro.
postato da: e.l.e.n.a. | 20:07
| commenti (42) mercoledì, 06 maggio 2009 PRIMAVERA DI BELLEZZA
Un giorno, un mio fidanzato “grande”, al culmine del suo moto romantico verso di me, ombrosa fanciulla in fiore, mi portò nelle sue zone d’origine: le Langhe.
Nel culmine più culmine del suo romanticismo, affacciati da un muretto con un panorama paradisiaco aperto davanti a noi, nell’ora che volge il desio, fra dolci baci e languide carezze, mi prese una cosa che nessun altro luogo suscitò in me. L’impellenza di rompere un incanto, che era, purtroppo, soltanto suo, e dirgli, con voce fragile ma irrevocabile, “portami subito via di qua”.
Mi era presa una tristezza invincibile e dolorosissima. Una portentosa pesantezza simile ad un morire estremo dentro ad un precipizio interiore. La fine del mondo ad un passo e noi sperduti e soli in quella Langa sconfinata che trascolorava di rosa e di arancione sulle colline lontane, sfumate a perdita d’occhio. Che io mi sono sempre detta che ci sarà stato un motivo intrinseco per cui Cesare Pavese.
Il mestiere di vivere è il libro che ha folgorato Efraim Medina Reyes. Tanto da convincerlo a venire in Italia e scontrarsi, suo malgrado, con una piccola personale delusione. Lo scrittore tanto amato e osannato dagli studenti di Cartagena, qui, era poco più che un nome da antologia del ‘900.
Questo e tanto, molto altro in due giorni in cui le Langhe non hanno sortito il maleficio. Nessuna tristezza, ma solo qualche momento di apertura di pensiero che oltrepassava i confini di un orizzonte così aperto da sembrarmi a me, sempre troppo chiuso.
C’erano il vino e le parole che, anche quando non proprio condivisibili, diventano terreno fertile per impiantarci qualcosa di buono. C’era la prevalenza dello sguardo a tutto e a tutti con una voracità che non eguagliava quella con cui ci siamo avventate con il nostro buono pasto sugli agnolotti nel plastico vassoio stile aereo, tardi la sera. C’era il gusto di assaporare i minuti, le mezz’ore e il tempo tutto, come un tempo goduto e destinato a passare, com’è naturale, ma non inutilmente.
C’era la consapevolezza del pensare che i posti di un certo tipo convoglino gente di un certo tipo. E il fatto di vedere tutti belli (fatta eccezione per la Nera Culona) non era indice di un abbassamento del canone estetico ma proprio il constatare che le persone tutte erano belle di quella bellezza nelle cui pieghe c’è anche un senso etico del termine. [I cinque minuti di scompenso ormonale (dev’essere il timor panico da Langa) erano solo frutto di una primavera felicemente sbocciata nella sua meravigliosità ottenebrante.]
Il rumore di fondo era bello, i bambini, il gatto rosso, il sole che batte, i campi gialli di colza, i libri di Carolina Invernizio e di Edmondo De Amicis, Bobo e le sue tavole musicate, la commozione sui disegni e sulle note de “Il vecchio e il bambino e il battimani liberatorio e finale a scandire il nostro essere lì, belli, sporchi e cattivi e le patatine San Carlo (retaggio di infantili merende) dove io ho trovato tre sorprese anziché una, da dividere con chi vuole il cuoricino di un altro colore.
E, infine, bariccata dietro ad un pregiudizio, continuo a pensare che lo scapigliato setoso non mi convince. Inutile indorare la merda, ché sempre merda rimane. (non mi riferisco a lui ma alle idee che propina).
Tom Tom aka Chiara è un amico fedifrago e anche un po’ ottuso e ci guida (?!?) attraverso strade interrotte, autostrade fantasma e isole pedonali inaccessibili. Ma la guida è qualcosa che mi rilassa, nelle risa e nei contrappunti delle mie navigatrici a turno che impazziscono nel mio non riconoscere la destra e la sinistra.
Se volete sapere cos’era Collisioni andate qui. Camilleri sa e dice la collusione quella cattiva, mafiosa. Io colludo con me stessa e il mio essere così improvvisamente felice e in stato di grazia, stella polare del mio stesso viaggio, per essere quella che ero, esattamente dov’ero.
postato da: e.l.e.n.a. | 12:10
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